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Nel cuore del Grande Rift Africano
di Antonio Biral – Febbraio 1993
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Ciao, mi chiamo Antono Biral, e vivo a Udine. Ho scritto un libro che racconta l’avventuroso viaggio nell’immenso deserto di lava arroventata dal sole che circonda il lago Turkana, nel nord ovest del Kenya, verso i confini del Sudan e dell’Etiopia. Uno dei luoghi più straordinari ma anche fra i più …
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Stralci dal libro SUGUTA VALLEY

Una distesa d'argillaQuando avevo presentato il progetto ai miei compagni, anch’io non mi rendevo bene conto di cosa stessimo per fare. Non esisteva pressoché nulla che documentasse quell’area geografica. Solo poche righe nelle guide più specializzate del Kenya la definivano così: “Un luogo inaccessibile che ospita alcuni rettili tra i più velenosi al mondo come il mamba, la vipera, il cobra, gli scorpioni e nient’altro. Con un clima incredibilmente caldo e secco, dove la temperatura media dell’anno è di 55 gradi e la pioggia arriva, forse, una volta ogni 10 anni.” (…)

Alla fine di agosto del 1991, di ritorno da un viaggio tra le tribù del nord del Kenya, ai confini con l’Etiopia, arrivai a Loyangalani. Un’oasi di poche palme nel deserto di lava che circonda il lago Turkana, ex lago Rodolfo. Uno dei più grandi laghi dell’Africa e uno dei posti più straordinari ma anche fra i più inospitali al mondo. Circondato da vulcani, da terre brulle e riarse, con le rive e le spiagge infestate da oltre 20.000 coccodrilli, e l’entroterra ovunque affollato di scorpioni e serpenti. Si trova quasi tutto in territorio keniota, solo l’estrema parte settentrionale, dove sfocia l’unico vero affluente, il fiume Omo, appartiene all’Etiopia, gli altri due immissari sono per la maggior parte dell’anno fiumi di sabbia. (…)

Come dicevo, a Loyangalani avevo sentito per la prima volta nominare la Suguta da un indigeno di etnia Samburu, pastori nomadi di origine nilotica che vivono nell’area montagnosa a sud est del lago. Mi raccontava di un luogo dove le alte temperature e la mancanza d’acqua non danno possibilità di vita. Dove noi uomini bianchi, non abituati a quel clima infernale, non saremmo sopravvissuti se ci fossimo andati. In quel momento, la Suguta Valley diventò l’obiettivo del mio prossimo viaggio. (…)

Verso una tempestaIl primo tentativo di percorrere da sud a nord la Suguta Valley fino al lago Logipi, lo abbiamo fatto nel febbraio del 1992 con Rasul (in lingua araba Profeta) Amjid, un indiano che vive a Nairobi organizzando spedizioni, ma che si muove più per il piacere dell’avventura che per interesse economico. Il gruppo che componeva la spedizione era formato da tredici persone: tre donne e dieci uomini, alcuni avevano già conosciuto Rasul per aver viaggiato con lui nei territori del nord est del Kenya, e ci dava sicurezza il sapere che conosceva la Suguta per esserci già stato. Questo era quanto ci diceva. Così ci siamo fidati di lui e dei suoi mezzi: un camion Mercedes e una Land Rover. Con questi abbiamo tentato per ben tre volte di percorrere l’impervia valle, ma senza riuscirci. Ci siamo spinti al suo interno per trenta, trentacinque chilometri oltre il villaggio di Lomelo, poche capanne abbandonate, unico e ultimo segno dell’uomo prima del nulla. Alla fine abbiamo dovuto arrenderci per l’assoluta impraticabilità del terreno. Crostoni di rocce laviche, pantani, corrugamenti profondi, dune di sabbia, cumuli di terra, alti più delle ruote del camion e fitti come sbarramenti anticarro, costringevano i mezzi ad incredibili acrobazie e a rischiosi passaggi con continue deviazioni e ripiegamenti. Ci sembrava più facile procedere in prossimità del fiume, ma lì, la crosta argillosa, secca in superficie e umida negli strati inferiori, faceva affondare il camion fino agli assi. (…)

Dei numerosi sprofondamenti, l’ultimo è stato davvero micidiale. Per sei ore abbiamo lavorato senza sosta in una bolgia infernale, sotto un sole implacabile che faceva ardere la valle ad oltre 50 °C all’ombra. Tutti a scavare, spingere, svuotare il camion di ogni cosa, compresi i sedili, per alleggerirlo il più possibile nel tentativo di smuoverlo, ma ogni tentativo per liberarci da quella trappola si traduceva in un ulteriore sprofondamento. Solchi sempre più profondi inghiottivano il camion. La situazione era disperata. Il sole a picco coceva ogni cosa e tutto l’orizzonte intorno sfumava nella torrida calura. Scavavamo con foga, senza pensare al pericolo che si nascondeva sotto quelle croste d’argilla (…)

Nel gruppo tutti avevamo fin troppo chiaro che dovevamo farcela ad ogni costo, che non ci sarebbero state altre possibilità e alla fine ci siamo riusciti. (…)

Le sole personeNon contenti abbiamo riprovato ancora a raggiungere il nostro obiettivo, il lago Logipi, ma ormai c’era poca determinazione e la stanchezza ci aveva sopraffatti. Con alcuni, quelli che per la prima volta si trovavano, per loro sfortuna, a far parte del nostro gruppo, si era innescata un’accesa discussione sul da farsi, tanto da dover mettere la decisione finale ai voti. La maggioranza votò per il ritiro e così ci siamo definitivamente arresi, anche in considerazione che alcuni non ce la facevano proprio più, ma non eravamo ancora sulla via del ritorno che già meditavo la rivincita. La mia idea di ritornare ad affrontare la Suguta Valley non era più con i mezzi meccanici, ma a piedi, con una carovana di dromedari. Gli unici animali in grado di superare le temibili condizioni ambientali di quelle terre, ritenute, a ragione, le più difficili del continente africano. Percorrere l’intera valle fino al lago Logipi, oltrepassare la barriera vulcanica, raggiungere il lago Turkana e ancora avanti fino all’oasi di Loyangalani, al termine di un cammino di oltre duecento chilometri. La grande incognita era il superamento della barriera vulcanica che divide il lago Logipi dal lago Turkana. Non vi era certezza che i cammelli avrebbero trovato un passaggio per valicare la nera catena di rocce arroventate dal sole che, in quel punto, si eleva oltre i 1100 metri. La decisione fu rinviata a quando saremmo stati sul posto. Solo lì avremmo potuto valutare il da farsi. (…)

Come e cosa dire ai familiari? Quali i motivi? I perché?

Dire che era solamente una sfida? Una sfida nata dalle parole di un indigeno Samburu incontrato per caso sul lago Turkana due anni prima? Era proprio così, una sfida dettata dall’orgoglio e determinati a vincerla. Nonostante tutti gli interrogativi che affollavano la mente, l’euforia per questa nuova avventura prevaleva su tutto. Eravamo impazienti di partire. E dopo un anno, l’appuntamento con gli uomini e gli animali era stato fissato da Malcom, un irlandese che vive a Maralal, per il giorno venticinque febbraio nello stesso punto dove eravamo stati costretti ad abbandonare, e precisamente a: 1°44’ Lat. Nord e 36°21’ Long. Est. Eravamo in dieci, sette uomini e tre donne, otto avevano già partecipato alla precedente spedizione. Ci sentivamo pronti, sia sul piano psicologico che su quello fisico. Avevamo studiato a lungo le mappe ed ognuno aveva bene impresso nella memoria il percorso. Non dovevamo fallire. (…)

Un sorso d'acqua21 Febbraio – 1° Campo
Nel pieno della notte strani rumori mi svegliano di soprassalto. Spalanco gli occhi e vedo, nel controluce lunare, un’ombra scura appena al di là del telo della tenda. “ippopotami” dico a Ross, mentre un brivido di paura mi raggela il sangue. Un branco di questi grossi pachidermi va aggirandosi tra le tende del nostro accampamento. Alcuni così vicini da percepirne l’umido e violento soffio che esce dalle larghe narici. Rimaniamo immobili, senza respiro. Sappiamo che un minimo rumore o movimento (…)



23-24 Febbraio – 3° e 4° Campo
Lasciamo il villaggio di Chalamangot e prendiamo la pista polverosa che dirige verso nord est. Il caldo ora si fa sentire portando il termometro a segnare 39 °C all’ombra. Il panorama che ci circonda è arido, la vegetazione incontrata sulle Cherangani Hills, qui si limita a qualche stentato cespuglio che appare tra le rocce arroventate dal sole. Penso agli uomini che incontreremo il giorno venticinque febbraio. Uomini non conosciuti, mai visti prima, che dovranno dividere con noi rischi e pericoli. Non sappiamo quanti di loro, né di quale tribù né con quanti cammelli verranno. Mi chiedo se sapranno trovare il luogo geografico stabilito per l’incontro, visto che non c’è nulla per identificare quel luogo (…)

Possiamo fidarci di loro?

Donna TurkanaAl tramonto, mentre ci affaccendiamo a montare il campo e a cucinare la cena, abbiamo la visita di un missionario. Probabilmente qualcuno del villaggio lo aveva avvisato del nostro arrivo. Con curiosità ci chiede i motivi della nostra presenza in quel luogo di desolazione, e rimane impressionato, per non dire sconvolto, quando gli spieghiamo di cosa si tratta. Subito cerca di dissuaderci, ci spiega le difficoltà e le incognite che incontreremo una volta addentrati in quella vasta area desertica. Ricorda che ci troviamo nel pieno della stagione secca e nel mese più caldo dell’anno, con le temperature che raggiungono quasi sessanta gradi all’ombra. Insomma siamo nel periodo peggiore, che significa: totale mancanza d’acqua, temperature impossibili, tempeste di sabbia sospinte da forti venti che giorno e notte spazzano l’intero territorio. Non minore è il pericolo di incontrare banditi capaci di tutto, uomini allo sbando che per sfuggire alla legge sopravvivono ai margini di quell’inferno e che, quando si sentono braccati, spariscono dove nessuno li andrà mai a cercare. Uomini che non hanno niente da perdere, che uccidono per poco più di nulla. E ancora c’informa che c’è in atto una recrudescenza delle razzie. I Turkana sono andati a razziare animali presso i Pokot i quali sono venuti a riprendersi il perduto con abbondanti interessi, e sembra che non sia ancora finita. Per questo è possibile che la nostra carovana possa trovarsi nel mezzo di una di queste feroci dispute ed essere a nostra volta razziati. Se questo succederà, ci assicura, avremo ben poche possibilità di uscirne vivi. Il consiglio che ci dà è di valutare bene tutti i rischi ora, fin che siamo in tempo. Per lui la cosa più saggia è di trovarci un altro posto dove andare in vacanza.
Se davvero fosse così, il quadro della situazione non è dei più confortanti. Mi viene da pensare che forse sta volutamente esagerando, in particolare con la storia dei banditi, questo nel tentativo di allarmarci e farci desistere dal folle progetto. Ancora una volta ci esorta a non fidarci delle nostre convinzioni. Non avendo altre parole per convincerci, deve arrendersi davanti a tanta determinazione e non gli rimane che salutarci. (…)

Tempesta di sabbiaL’attesa di partire ci rende tutti impazienti. Si respira un certo nervosismo, forse dovuto anche all’assalto delle innumerevoli zanzare che all’imbrunire invadono tutto e ci costringono a chiuderci dentro le tende. Nell’insopportabile ronzio che inonda l’aria e nell’intenso calore che ancora persiste è difficile trovare il giusto relax per addormentarsi. In più mi martella il pensiero per domani, quando abbandoneremo le macchine per sparire nell’inferno della Suguta. Da quel momento in poi saremo soli, senza possibilità di contatto col mondo che ci sta intorno. Nessuno potrà intervenire per soccorrerci, neanche in caso di estrema necessità. Dovremmo farcela da soli, fino in fondo, o soccombere. Non mi sono mai trovato prima d’ora a dover decidere della mia vita nel vero senso del termine, e così credo anche per i miei compagni. (…)

25 Febbraio – 5° Campo
1°30’ Lat. Nord e 36°13’ Long. Est, questo è il vero punto di partenza; trenta chilometri prima del previsto. Trenta chilometri da aggiungere ai duecento già programmati. Da qui si avanzerà solo a piedi (…)
Nel controluce, una fila di cammelli avanza con passo lento e ritmato. Sono i nostri. Con grande emozione tentiamo di contarli mentre sono ancora confusi nella distanza. Sono tredici, condotti da cinque uomini. Quattro di loro sono di etnia Samburu. Samburu moran (guerriero). Sono dipinti d’ocra rossa sul collo e sulle spalle. Le capigliature adornate con elaborate treccine arricchite di perline colorate e peli di cammello. Vanno a torso nudo, solo un leggero drappo rosso li copre dai fianchi alle ginocchia. Impugnano lunghe lance e portano alla cintola i tipici coltelli dei popoli nilotici: lame a forma di foglia, lunghe quaranta centimetri e larghe sei, affilate da entrambi i lati. Non so se tutto questo è per coreografia d’ambiente, per impressionare i soliti turisti, o se davvero si presentano così, da veri guerrieri, per necessità, dopo essere stati informati del loro compito. Ci sentiamo coinvolti e trasportati in un tempo lontano, quando i viaggi oltre i confini del conosciuto incutevano timore e richiedevano un grande coraggio e spirito di sacrificio, protagonisti di un’era passata, pronti a riviverla nell’entusiasmo e nelle emozioni che oggi non si provano più. (…)

Sulle roventi sabbie26 Febbraio – 6° Campo
Il panorama ora è drasticamente cambiato. Si procede in mezzo a basse collinette, un impasto di detriti vulcanici di colore nero, a volte giallo o ruggine, sembra una gigantesca discarica di materiale da fonderia. Solo qualche piccola acacia spunta qua e là nel disordine magmatico. Alle ore dieci rimontiamo l’ultima altura e di fronte si apre un orizzonte fantastico nella sua desolazione. Ci fermiamo ad osservare la bianca piana sabbiosa sottostante, serrata ai lati da nude colline di lava che lasciano un varco davanti a noi. Oltre, si estende a perdita d’occhio una terra completamente desertica e infuocata. Uno degli ambienti più ostili all’uomo dell’intero pianeta.

Procediamo in fila disordinata, molto distanziati l’uno dall’altro, frenati da un forte vento che si è levato e che ci spira contro avvolgendoci ad una temperatura che sfiora i 51 °C. Stanchi, sconvolti e disorientati dall’allucinante calore, andiamo a perderci in mezzo a delle basse colline, mucchi scomposti di detriti vulcanici arroventati dal sole. Avanziamo lentamente, ognuno con il proprio ritmo, cadenzando faticosamente il passo, senza fermarsi per non sopportare, poi, la sofferenza di dover riprendere il cammino (…)

27 Febbraio – 7° Campo
Scendiamo le ultime alture che poco a poco si perdono in un’immensa piatta distesa. Benché sia già un sollievo essere arrivati su una superficie pianeggiante, avanziamo con difficoltà. Stiamo per entrare nel cuore della Suguta, la squallida pianura alluvionale, residuo del primordiale lago. Un paesaggio immobile, morto, coperto da ghiaie, sabbie e argille. Nessun segno di vita, nessuna traccia di animali, non un uccello nell’aria. Nulla che si muove, tranne le nostre ombre. (…)

Un momento di tregua1 Marzo – 9° Campo
La stanchezza per il mancato riposo dopo la notte passata insonne ci fa ritardare la partenza. Lentamente ci avviamo costeggiando le imponenti colline di lava, riparati all’ombra dei neri profili montuosi che si stagliano contro un cielo sempre più luminoso. Fra poco, quando il sole apparirà, non ci sarà nulla a proteggerci contro i micidiali raggi che inonderanno di luce e di calore questa desolata terra per un altro giorno e per secoli ancora. Del fiume non vi è più traccia, scomparso, anche se figura ancora segnato sulla carta topografica. Forse si è interrato o disperso allargandosi nella vasta piatta depressione che ribolle sotto il sole davanti a noi. Il termometro segna 55 °C e il suolo è una crosta d’argilla secca che copre un impasto di fango e sale. (…)

Camminiamo in fila molto distanziati gli uni dagli altri, persi sotto un sole che non ci dà tregua. Tutto è un riverberare incessante di luce e di calore che confonde l’orizzonte intorno a noi. Non sappiamo se quell’isolato gruppo di palme che vediamo ondeggiare nell’aria infuocata, a circa due o tre chilometri innanzi, sia o no un miraggio, ma andiamo lo stesso in quella direzione come meta per questo giorno. Fortunatamente è una realtà quando, uno ad uno, raggiungiamo stremati la misera ombra di quello sperduto gruppo di palme. (…)

2 Marzo – 10° Campo
La prima luce illumina, forse a cinque chilometri davanti a noi, la Emuru Rock. Un ammasso roccioso, residuo di un camino vulcanico, che si alza solitario sul bordo orientale della Suguta. Già ieri c’era parso di scorgere il suo profilo aleggiare attraverso le ondate di calore sopra la piatta e desertica distesa. Da lì dobbiamo percorrere ancora più di dieci chilometri prima di arrivare al lago Logipi. (…)

Il vulcano NabuiyatomEsausti andiamo barcollando in un’alternarsi continuo di avvallamenti, attraverso una desolata nera distesa di grossi sassi che delimita la zona fangosa che serra da tutte le parti il lago. Al centro delle immobili acque, tra bianche schiume alcaline e vaste aree che ricoprono la superficie di un colore verde intenso, la Cathedral Rock. Residuo di un antico vulcano sgretolato dal processo d’erosione che ne ha modellato le forme tanto da meritarsi il nome di cattedrale. (…)
Siamo arrivati dopo aver marciato per quasi nove ore, percorrendo ventisei chilometri a temperature impossibili, con l’acqua razionata, riposando solo per qualche ora di sonno faticoso che non ha dato ristoro. In alcuni di noi è evidente lo scoraggiamento per la drammatica situazione. Oltre al pensiero per non veder arrivare Rasul, e con lui l'acqua, che qui è il primo argomento a decidere la vita o la morte, sono preoccupati per domani quando si dovrà affrontare la barriera vulcanica che si presenta davanti, nera e desertica. (…)

4 Marzo 12° Campo
Alle ore 9.05 rimontiamo l’ultimo ostacolo e siamo sulla cima. Oltre, lo scenario che si presenta è a dir poco grandioso. Il lago Turkana, immenso come un mare, si estende sotto di noi in tutta la sua primordiale e selvaggia bellezza. Vediamo la frastagliata costa meridionale, che un anno fa avevamo fotografato dall’aereo, ora ravvicinata come per effetto di un potente zoom che inquadra, in basso a ovest, l’irregolare cratere del vulcano Teleki che si erge sinistro e inquietante sulla nera scarpata. (…)

Colossali macigni, profondi dirupi e avvallamenti si frappongono in continuazione sbarrandoci il cammino. Andiamo in un mare disordinato di ammassi di rocce irte e taglienti. Tratti in inganno dall’uniformità di colore che sovrasta e mimetizza ogni cosa, annullando i contrasti e appiattendo le prospettive, ci troviamo incanalati in profonde spaccature che faticosamente dobbiamo rimontare aggrappandoci con le mani alle roventi sporgenze rocciose, ma solo per un attimo, appena il tempo per non provocarci dolorose scottature. E così proseguiamo con il calore che cresce sempre più spaventoso. In queste condizioni estreme non riusciamo a fronteggiare la rapida disidratazione che stiamo subendo. Siamo senz’acqua, solo qualche sorso sul fondo delle borracce è tutta la nostra scorta. Cerchiamo di proteggerci il più possibile avvolgendoci negli indumenti, in special modo la testa e il volto per catturare quel minimo d’umidità che rimane intrappolata nei tessuti per poterla respirare di nuovo. (…)

Cammelli nella tempestaDistrutto, mi getto a terra incurante delle spine e dei sassi che sento sotto la schiena. Ardo e brucio dalla sete tanto che berrei tutto di un fiato una tanica d’acqua, invece sono costretto a sorseggiare dalla borraccia quel minimo per diluire la densa saliva che m’incolla la bocca, e ora quello che mi rimane è l’ultimo sorso. Sono stordito, ho i capillari delle narici che sanguinano, le labbra screpolate e la pelle raggrinzita come se avessi trascorso quarant’anni nello spazio di poche ore. Ci ributtiamo a terra e rimaniamo così, come e dove siamo ceduti, (…)

Nell’imminente oscurità che sta per calare e avvolgere tutto, amplificando la solitudine e il silenzio in questo deserto in cui il tempo non ha senso, rimaniamo con gli occhi fissi negli occhi scambiandoci sguardi senza parole, mentre i pensieri annebbiati calcolano le ore che possiamo ancora resistere, vivere. Recupero, come ultima soluzione alla sete, le mie misere urine nella borraccia. Lo avevo sentito raccontare in qualche storia di sopravvivenza in fatti di guerra e catastrofi, ma mai avrei pensato di dovermi trovare in simili situazioni. Pur sapendo che l’urina ha lo stesso effetto dell’acqua di mare, quello di aumentare la sete, perché non fa che sottrarre altra acqua dal corpo e non può mai aggiungerne di nuova, lo faccio lo stesso. (…)

(...continua)


Tratto da Suguta Valley: nel cuore del Grande Rift Africano di Antonio Biral. (Campanotto editore). Il libro racconta l’avventuroso viaggio nell’immenso deserto di lava arroventata dal sole che circonda il lago Turkana, nel nord ovest del Kenya, verso i confini del Sudan e dell’Etiopia. Un mondo che sta oltre i confini del vivere e appena al di qua di quelli del sopravvivere.
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